Quasi come un archeologo

Il Canale di Brenta è un canyon angusto, incuneato tra l’altopiano di Asiago e il Massiccio del Grappa. È un corridoio mai più largo di un chilometro scavato dal fiume Brenta, che gorgoglia incontrastato di fianco alla strada trafficata. Il Canale si percorre veloci, sovrappensiero, e nei trenta chilometri di corsa in auto si fa comunque strada sotto pelle una sensazione di eterno inverno: si accelera anche senza avere fretta, per tornare alla luce.

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Eppure, a distrarsi un attimo, si aprirebbe lo sguardo alla parte alta del Canale, fatta di terrazze boscose, sole e silenzi. I terrazzamenti del Brenta si arrampicano sulle coste oggi inselvatichite fin oltre i 500 metri di quota, e caratterizzano un paesaggio conquistato dall’uomo a fatica, un fazzoletto di terra alla volta. Qui un tempo si viveva perché non c’erano alternative, sfruttando tutto quel (poco) che il Canale aveva da offrire, e anche quello che non c’era. Con testardaggine montanara e disperata, gli abitanti di questa valle hanno nei secoli costruito un sistema di terrazzamenti impressionante, per sfruttare anche l’ultimo raggio di sole, l’ultima manciata di terra coltivabile.

Le masiere (i muri a secco) del Canale di Brenta sono le più imponenti del Veneto, si stagliano bianche sul verde fitto della vegetazione fino a sei, sette metri di altezza. Oggi sono in gran parte mangiate dai rovi, minacciate dalle radici intrusive di un bosco sempre più fuori controllo. Di tutti i terrazzamenti conquistati nei secoli dagli abitanti di queste terre, continuano a essere coltivati a orto solo quelli vicini alle abitazioni. Gli altri – ben più della metà – versano ormai in stato di abbandono. Si parla di un patrimonio di decine e decine di chilometri di muri a secco: 230, secondo stime dell’Università di Padova.

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E se qualcuno se ne prendesse cura?

Dal 2010 esiste il Comitato ‘Adotta un terrazzamento in Canale di Brenta‘. Adotta un terrazzamento è un progetto del Dipartimento di geografia dell’Università di Padova, del Comune di Valstagna (VI) e del gruppo Terre Alte del Club Alpino Italiano. L’idea è semplice: creare un sistema di adozioni – dirette, o a distanza – degli appezzamenti abbarbicati sui costoni del Brenta, che permetta a chi lo vuole di farsi carico di uno spicchio di Canale.

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